Padroni a casa nostra: la libertà di vivere i nostri spazi senza più paura.

Prato ha un problema di sicurezza reale, non percepito. Microcriminalità diffusa nei quartieri, baby gang, radicamento di criminalità organizzata e mafia, spazi pubblici sottratti alla vita civile. Non è una questione di sensazioni: è il risultato di anni in cui il tema è stato sottovalutato, minimizzato o usato solo in campagna elettorale.

La libertà di camminare per strada, di tenere aperto il proprio negozio, di far giocare i propri figli in un parco senza preoccupazione non è un’ambizione massimalista. È il minimo che una città civile deve garantire a chi ci vive e a chi ci lavora.

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Le domande più frequenti

Prato ha caratteristiche che la rendono un caso a sé: dimensioni di città media con complessità da grande città, un tessuto produttivo che attrae economia illegale e non solo, una pressione migratoria fuori scala concentrata in alcune zone che richiede gestione seria, non ideologica. I dati di criminalità lo confermano: siamo primi in tutte le classifiche, non stiamo esagerando.

La municipale fa quello che le viene chiesto di fare.

Se le viene chiesto di presidiare il territorio, lo fa. Se le viene chiesto di concentrarsi sulle infrazioni al codice della strada, fa quello.

La scelta su come impiegare queste risorse è politica, non tecnica e finora è stata fatta male.

Significa rimettere i cittadini al centro della sicurezza quotidiana. Reti di residenti che si conoscono, che si avvisano, che hanno un riferimento diretto con le forze dell’ordine. Non è giustizialismo fai-da-te: è la forma più efficace di prevenzione che esista, quella che funziona in ogni città dove è stata applicata con serietà.

Perché i problemi di Prato sono più grandi e complessi della media e richiedono risorse straordinarie che il comune da solo non può garantire. Il sindaco deve essere il primo a Roma a chiederle, con forza e con dati in mano. Non è elemosina: è quello che spetta a una città che contribuisce all’economia nazionale quanto la nostra.