Una città al centro dell'Italia non può restare ai margini della sua logistica.

Prato è geograficamente al centro dell’Italia. Tra Firenze e Bologna, a pochi chilometri dall’autostrada, in una posizione che dovrebbe renderla un nodo naturale di connessione. Non lo è, e non lo è per scelte precise: decenni di investimenti infrastrutturali che hanno premiato Firenze, combinati con una propensione pratese a fare da soli per orgoglio, per rivalsa, per abitudine, per non dipendere da nessuno, hanno prodotto un isolamento che oggi pesa ogni giorno sulla qualità della vita e sulla competitività del sistema produttivo.

Il risultato lo conosciamo tutti: code strutturali sulle arterie principali, un raccordo con l’A1 che in Vallata si aspetta da decenni, un’autostrada che andrebbe allargata, una viabilità interna che collassa puntualmente. Mal collegati ad aeroporti, senza una fermata dell’alta velocità, un interporto che stenta a decollare: siamo scollegati dal mondo pur essendone al centro.
Non sono problemi nuovi. Restano lì perché manca la pressione politica al livello giusto, con la forza giusta.

Prato ha le dimensioni e la complessità per pretendere interventi straordinari. Il sindaco deve essere il primo a Roma a chiederli, con dati in mano e senza fare sconti a nessuno.

 

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Un po' di cose sulle infrastrutture

In parte sì. Ma il Comune non è uno spettatore passivo: è il soggetto che deve costruire il dossier, portarlo a Roma, fare pressione politica, trovare alleanze con altri territori e con i parlamentari del collegio. Se il sindaco non mette le infrastrutture in cima alla lista delle priorità nazionali, nessun altro lo farà al posto suo. Il problema di Prato non è che Roma non ascolta: è che Prato non ha bussato abbastanza forte.

I trasporti pubblici sono parte della soluzione, non tutta la soluzione. Prato ha una struttura urbana e produttiva che richiede mobilità privata e merci su gomma in misura significativa. Dire “usiamo il trasporto pubblico” senza potenziarlo davvero è un modo per non risolvere niente. La risposta seria è: infrastrutture stradali dove servono e trasporto pubblico rafforzato dove funziona — non l’una o l’altro.

La scala umana di una città si misura nella qualità della vita quotidiana, non nel grado di isolamento. Oggi la scala umana di Prato è una coda ogni mattina, un camion che non riesce a consegnare in orario, un professionista che sceglie di andare a vivere altrove perché spostarsi è diventato insostenibile. Essere meglio connessi non significa perdere identità: significa che le persone e le merci si muovono, e la città respira.

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